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LʼOregon di Days Gone è lʼinferno sulla Terra

La nuova esclusiva PlayStation 4 ci catapulta in un mondo irriconoscibile, infestato da masse di morti viventi

L'Oregon di Days Gone è l'inferno sulla Terra

Dopo giochi del calibro di Resident Evil, The Walking Dead, The Last of Us, State of Decay, Dead Island e Dying Light, ci vuole un coraggio da leoni per proporre un’esperienza post-apocalittca a base di non morti come Days Gone nel 2019. Per convincere gli scettici gli autori puntano su una formula di gioco incentrata su tre pilastri. Primo: un Oregon tanto sterminato quanto infido, da battere, foresta per foresta, guardandosi le spalle, perché gli infetti - qui chiamati furiosi, il termine zombie è da matita blu - si contano a migliaia e non rappresentano affatto l’unico pericolo. Il valore aggiunto è che il territorio è stato digitalizzato da chi dovrebbe conoscerlo a menadito, visto che Bend Studio, lo studio di sviluppo, ha sede proprio in quello stato. Secondo: un mix di esplorazione, azione in terza persona e sessioni in moto, fida compagna del protagonista, un biker di razza. Terzo: una sceneggiatura forte, matura, che sa quando affondare il colpo, sovrapponendo violentissimi combattimenti a momenti di introspezione. Dopo svariate ore davanti allo schermo riteniamo che la solidità dell’impianto di gioco e il piglio della storia sopperiscano alla banalità dell’ambientazione, proiettando Days Gone nel firmamento di esclusive per giocatore singolo disponibili su PS4.

Nella vita di Deacon St. John c’è stato un prima e un dopo la diffusione del contagio che ha decimato la popolazione del paese. L’epidemia gli ha portato via tutto: il suo posto nel mondo, le abitudini che aveva e, soprattutto, la moglie, Sarah. Al momento di evacuare la città di Farewell, l’elicottero dei soccorsi poteva caricare solo due persone. Messa in salvo la donna, il protagonista non aveva esitato a restare a terra per soccorrere Boozer, l’amico di sempre. E’ stata l’ultima volta che l’ha vista, il campo profughi dove l’hanno portata è stato fatto a pezzi dai furiosi. Da quel massacro sono passati due anni. Nel frattempo, come tutti i superstiti all’infezione, Deacon è stato costretto a sporcarsi le mani di sangue per sopravvivere in un ambiente divenuto insopportabilmente ostile. Primum vivere, deinde philosophari, come dicevano i latini. Ora fa il mercenario, svolgendo commissioni per qualche campo di superstiti o cacciando taglie. Spesso porta un fiore alla tomba della moglie. Frammenti di Sarah gli si conficcano nella mente, ogni giorno. La musica cambia quando il nostro apprende che qualcuno gli ha piazzato una taglia sopra la testa. Sarà meglio fuggire verso nord. Il problema è che la moto è a pezzi e Boozer, ferito durante un agguato di una setta di invasati, rischia di perdere un braccio. Intanto un’inattesa rivelazione getta dubbi sulle sorti di Sarah: che fine avrà fatto?

Nonostante le premesse non brillino per originalità, vi assicuriamo che la trama, arricchita da flashback giocabili, funziona. Indubbiamente difetta della qualità di scrittura, dell’autorialità di un The Last of Us, e - come spesso accade nei titoli a mondo aperto - in taluni passaggi viene raccontata in modo un po’ confuso, eppure riesce a catturare l’attenzione fino all’epilogo. Parte del merito va alle meccaniche di gioco congegnate dagli sviluppatori. Days Gone non propone nessuna nuova idea e, anzi, frulla una gran quantità di soluzioni già viste altrove, il che dovrebbe costituire una nota di demerito. Eppure, mano a mano che si avanza, è facile accorgersi di come gli sviluppatori abbiano trovato la formula dell’amalgama vincente, perché il titolo intrattiene e nemmeno poco. La struttura è quella tipica del genere: missioni principali, che portano avanti il racconto, inframezzate da incarichi secondari di vario genere, come incendiare gli anfratti dove si annidano i furiosi, oppure prendere il controllo di un accampamento dopo averne stecchito gli occupanti e saccheggiato i bunker sotterranei. Il tran tran tuttavia può essere bruscamente interrotto da un bel po’ di imprevisti.

Può capitare, ad esempio, di innescare una trappola e finire appesi a un albero per i piedi: recuperati i sensi dovremo trovare il modo di fuggire ed eliminare i sequestratori. Succede altresì di imbattersi in poveracci che stanno per essere giustiziati da qualche criminale oppure divorati vivi dagli infetti: sta al nostro buon cuore decidere se intervenire e spedirli al campo sfollati più vicino o lasciarli crepare. Ancora, perlustrando i tendoni abbandonati dai ricercatori della NERO - l’agenzia federale costituita per studiare le larve degli infetti, che ovviamente ha qualcosa da nascondere - si trovano registrazioni per comprendere i retroscena della vicenda. Ma la minaccia peggiore viene dalle orde di furiosi, bercianti ammassi di carne che travolgono ogni cosa. Per non soccombere dovrete ingegnarvi. “Ce ne sono quaranta - ha spiegato John Garvin, il direttore del titolo - e contano fino a 500 infetti. Il giocatore può affrontarle come se si trattasse di boss opzionali”.

Il bello delle missioni di Days Gone è che spesso non esiste un modo giusto per venirne a capo. Prima di combattere conviene marcare i nemici col binocolo e poi scegliere il da farsi. La pesantezza dei modelli poligonali rende gli scontri corpo a corpo - che talvolta richiedono la pressione in tempo utile di una combinazione di tasti - estremamente fisici e brutali. Occhio però a non strafare, perché se i furiosi sono più di quattro, essere sopraffatti è un attimo. D’altro canto le sparatorie sono un rischio: è possibile rallentare il tempo per prendere la mira, ma il sistema di puntamento è impreciso e il nemico ha l’orecchio fine, fare rumore equivale a suicidarsi. Meglio dunque ricorrere ai silenziatori, alla balestra oppure nascondersi nella boscaglia, distrarre lo sventurato - ad esempio, tirando un sasso - e pugnalarlo alle spalle. Resta inteso che la tattica dovrà variare in base alla situazione: i predoni mostrano routine comportamentali diverse rispetto agli infetti e di questi ultimi ne esistono varie specie, ognuna con caratteristiche e punti deboli differenti.

Portando a termine le attività, vendendo le taglie o gli oggetti recuperati sul campo - come cacciagione o erbe - si accumulano ricompense, denaro e, soprattutto, punti esperienza. Si sbloccano così abilità da sfruttare nei combattimenti o nell’esplorazione, nonché nuove bocche da fuoco, accessori, pezzi di ricambio per la motocicletta e medicinali più efficaci. L’impianto marcatamente survival di Days Gone costringe ad avanzare in modo ragionato, rovistando come randagi ovunque, alla ricerca di rottami, chiodi, assi di legno, bendaggi, bottiglie e quant’altro possa servire per fabbricare cure o armi di fortuna, come molotov o mazze chiodate. La coerenza dell’approccio è encomiabile: forzando il cofano o il bagagliaio dei veicoli abbandonati è possibile trovare qualcosa di utile, come munizioni nelle auto della polizia, kit medici nel caso di ambulanze o taniche di benzina nei carri attrezzi. Attenzione però: se l’antifurto scatta, i furiosi accorreranno in massa. E poi c’è lei, la moto: trattatela con i guanti. È un punto di salvataggio mobile, quindi dimenticarsela dall’altra parte dell’Oregon espone a massicce dosi di frustrazione. Il mezzo serve inoltre per fuggire dai guai, ma bisogna evitare di ammaccarlo troppo, perché poi tocca ripararlo sprecando preziosi rottami. E non sognatevi corse da MotoGP: il destriero consuma quanto un carro armato, dovrete arrangiarvi per trovare carburante e, in ogni caso, fareste bene a dosare il gas, magari sfruttando la gravità in discesa.

Tecnicamente parlando la produzione è di pregevole fattura. L’Oregon di Days Gone si lascia ammirare da ogni angolazione, i dettagli abbondano, specie nei centri (dis)abitati, e il sistema di illuminazione esalta le superfici, in particolar modo i corsi d’acqua e il fogliame. Tutto scorre con una fluidità davvero apprezzabile. Non mancano piccole sbavature - come qualche compenetrazione poligonale - ma siamo convinti che possano essere risolte con un aggiornamento, che ci auguriamo intervenga sui tempi di caricamento, attualmente biblici. L’intelligenza artificiale presenta infine margini di miglioramento: gli infetti sono fin troppo veloci e letali, ma gli avversari umani dovrebbero, a rigor di logica, mostrare un po’ più di sale in zucca. E invece prenderli alla sprovvista diventa spesso un gioco da ragazzi. In conclusione riteniamo che Days Gone non debba mancare nella collezione di ogni appassionato di avventure a tinte horror. Non è un lavoro esente da difetti e non inventa niente, ma possiede una propria identità: il gioco gira a meraviglia e la storia si rivela più intrigante di quanto ci si potrebbe aspettare. E questo è solo l’inizio di una saga di cui sentirete ancora parlare su PlayStation 5, statene certi.



Come lo abbiamo giocato

Abbiamo provato Days Gone, grazie a un codice per il download fornito dal distributore. La prova è avvenuta collegando PS4 Pro a un televisore LG da 60 pollici Ultra HD 4K. Per arrivare in fondo contate tranquillamente 30 ore di gioco. Il timer dovrebbe ulteriormente salire, perché gli autori hanno promesso contenuti scaricabili a sfondo narrativo.


Può piacere a chi…
… adora i videogiochi ambientati in mondi giganteschi tutti da esplorare
… ama le ambientazioni apocalittiche
… cerca storie d’impatto: non resterà deluso

Potrebbe deludere chi…
… non ne può più di videogiochi a tema zombie
… non stravede per i titoli a mondo aperto
… si aspettava qualcosa di rivoluzionario

Days Gone è un gioco consigliato ai maggiori di 18 anni.

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