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Disturbi alimentari, il racconto straziato di una mamma che ha perso la figlia: "Ci siamo sentiti abbandonati"

La siciliana Santa Alfonzetti continua a lottare attivamente in nome di Adriana aiutando le giovani che soffrono di dca

Disturbi alimentari, il racconto straziato di una mamma che ha perso la figlia: "Ci siamo sentiti abbandonati"

Una mamma, una battaglia disperata contro i disturbi alimentari e un grido di dolore inascoltato. La storia di Santa Alfonzetti (presidente dell’Associazione Onlus per Adriana di Catania) è quella di una donna dilaniata dalla perdita della figlia. Una donna che ha trasformato il suo dolore in amore verso altre ragazze che soffrono di disturbi alimentari. Per questo ha deciso di mettersi concretamente al servizio delle giovani fondando un’associazione dedicata alla lotta contro un mostro ancora troppo sconosciuto, che causa la morte di tantissime persone. Come Adriana, figlia di Santa, che il 24 luglio 2013, allo strenuo delle forze, non è riuscita a superare una brutta ricaduta. “Mia figlia si è sentita abbandonata quando aveva più bisogno di cure. Nessuno l'ha sostenuta e lei non ce l’ha fatta. Aveva solo 32 anni”, ha dichiarato Alfonzetti. Tgcom24 ha raccolto la sua testimonianza.

Signora Alfonzetti, la sua associazione quando è nata?
Nel 2013. Mia figlia ci ha lasciato il 24 luglio e il 24 dicembre - esattamente sei mesi dopo - è nata l'onlus, che porta il suo nome. Adriana voleva creare un’associazione. In particolare, desiderava che qualcuno spiegasse alle ragazze che esistono dei centri specializzati in grado di curare queste patologie. E poi sperava che venisse aperta una struttura dedicata anche a Catania.

Quindi ha esaudito il suo desiderio...
Sì, l'ho fatto per lei e anche perché tante ragazze, quando hanno saputo della sua morte, sono venute in lacrime ad abbracciarmi. Mi hanno detto: “Rappresentiamo tutte Adriana. Ti preghiamo, non ci abbandonare, porta avanti il suo progetto” e così io anziché raggiungere mia figlia - come avrei voluto fare - mi sono dedicata in toto all’associazione.

Quando e come vi siete accorti in famiglia che Adriana stava male?
Sapevamo che nostra figlia non voleva mangiare ma non ne conoscevamo il motivo. Dopo diciassette anni di agonia, abbiamo capito che si trattava di anoressia nervosa. Per caso, tramite una dottoressa, abbiamo scoperto dell’esistenza di centri specializzati per i disturbi alimentari. Dopo varie peripezie burocratiche (la Regione non ci concedeva l’autorizzazione), abbiamo ottenuto tre mesi di ricovero. A Palazzo Francisci a Todi non c'erano posti e quindi ci hanno mandato al centro Giovanni Gioia di Potenza. Ci siamo trovati benissimo, però tre mesi erano pochi e mia figlia avrebbe avuto bisogno di un ricovero più lungo, da sei mesi a un anno.

Dopo Potenza, quindi, sua figlia dov'è andata? 
È tornata a Catania ma lì non abbiamo trovato nulla, i dottori si sono rifiutati di seguire mia figlia perché per loro stava bene, non aveva niente. E poi era maggiorenne e nel centro più vicino, ad Acireale, accettano solo i minorenni. Insomma, abbiamo girato tutti gli ospedali invano finché Adriana non ha avuto una ricaduta. I medici del centro Giovanni Gioia me l'avevano detto: se qualcuno a Catania non prende in carico la situazione, sua figlia tornerà indietro e sarà peggio di prima. Infatti dopo un anno è successo quello che è successo.

Vi siete sentiti abbandonati insomma... 
Sì, io avevo pregato in ginocchio i medici affinché aiutassero mia figlia. Ma nessuno ha ascoltato il mio grido di dolore. Solo perché Adriana era uscita da un centro dedicato e ragionava, si era diplomata, aveva preso la patente. Insomma, per loro una persona per stare male deve essere morta. Mia figlia si è sentita abbandonata.

Vista la situazione in Sicilia, perché non vi siete recati in altri centri extraregionali?
Perché io onestamente non avevo più soldi. Non lavoravo da due anni. Ho lasciato la casa in affitto, mi sono svenata. Sono andata ad abitare insieme ad altre ragazze studentesse perché non sapevo più come mantenermi. Mi hanno aiutato i miei familiari fin quando hanno potuto. Non sapevo più dove prendere il denaro, anche se cercavo di nasconderlo a mia figlia. Ma poi se n’è accorta…

E come ha reagito?
Mi ha detto “Mamma basta, cerco di seguire la dieta che mi hanno dato al centro, con cui mi sono trovata bene”. Ha seguito il piano alimentare e stava meglio, mangiava. Il problema è sorto quando ha iniziato a lavorare. I colleghi commentavano la sua forma fisica, dicendole: “Stai meglio, hai preso dei chili”. E a lei sono tornati i pensieri tipici della malattia. Mi diceva: “Da quando sto seguendo la dieta tutti mi dicono che sono ingrassata”. Ecco a cosa servono la fase di cura post-riabilitativa e il monitoraggio: a dare gli strumenti necessari alle ragazze per affrontare situazioni simili. Perché altrimenti la ricaduta arriva subito.

Per Adriana è andata così... 
Sì, ha avuto una ricaduta e ha ricominciato a punirsi. Da quel momento, si è nuovamente rifiutata di mangiare. E quando ho chiesto di ricoverarla - con ricette del medico alla mano - si sono rifiutati perché era maggiorenne e avrebbe dovuto presentarsi lei spontaneamente in ospedale. Ho anche telefonato fingendomi suora pur di far ricoverare mia figlia. Lo hanno fatto quando era già stremata. L’hanno collocata nel reparto di salute mentale con persone che si spogliavano nei corridoi in pieno giorno, perché chiaramente hanno dei problemi e non sanno quello che fanno. Ma lei non doveva stare là. Era imbottita di psicofarmaci, glieli davano anche durante l'alimentazione parenterale (la somministrazione di nutrienti per via venosa, ndr). Ma lei se ne rendeva conto. Stava sempre a letto, non reagiva. Mi diceva: “Mamma, questo non è il reparto in cui dovrei stare, ho un disturbo dell'alimentazione ma il cervello mi funziona bene”.


E lei?
Io non sapevo più come comportarmi, mi sentivo con le mani legate. Adriana era come stordita, sempre addormentata per via degli psicofarmaci. Dopo dieci giorni, dall’ospedale è stata trasferita in una clinica privata convenzionata dove io potevo andare solo a farle visita. Ho chiesto come mai non la stessero nutrendo con l’alimentazione parenterale e i medici mi hanno risposto che Adriana mangiava da sola. Non era vero. Tre giorni dopo mi hanno chiamato dicendomi: “Deve venire a prendere sua figlia perché altrimenti muore qua”. Io sono andata di corsa, Adriana non parlava, con difficoltà mi ha sussurrato: “Mamma, non riesco più a stare in piedi”. E infatti poi non ce l’ha fatta, ci ha lasciato.

Nonostante tutto, lei vuole inviare un messaggio di speranza alle ragazze che convivono con queste malattie...
Sì esatto. Dai dca si può guarire. L’importante è rivolgersi a professionisti competenti. Noi abbiamo consultato vari medici privati che ci hanno preso un sacco di soldi ma non sapevano nemmeno cosa fossero i disturbi alimentari. Ecco perché ci vuole più informazione in merito. Le famiglie devono sapere che esistono centri che possono curare la malattia. Solo così si può guarire.

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